Follia pura: Google nasconderà parte del traffico organico

E’ di poche ore fa, l’annuncio del blog di google analytics che tutti gli utenti “loggati” su google, eseguiranno le query di ricerca di base sotto protocollo SSL. Questo cosa comporta ? Un effetto demenziale nei confronti dei sistemi di web analytics!

When a signed in user visits your site from an organic Google search, all web analytics services, including Google Analytics, will continue to recognize the visit as Google “organic” search, but will no longer report the query terms that the user searched on to reach your site. Keep in mind that the change will affect only a minority of your traffic. You will continue to see aggregate query data with no change, including visits from users who aren’t signed in and visits from Google “cpc”.

Come si traduce ?

Quando un utente “loggato” dentro un google account (quindi per esempio che usa gmail, G+ o altri servizi google) fa una ricerca e arriva su un mio sito, google analytics ometterà la natura della query organica con cui è arrivato, inserendola in un gruppo “aggregato”.

In pratica? Verrà persa una importante quota di dettaglio sul traffico organico, che diventerà di fatto inutilizzabile per fini di marketing. Google minimizza dicendo che è solo una “Minority of your traffic”.

E io come faccio a giustificare ai miei clienti che quella dose di “traffico organico indistinto” è merito mio o è traffico brand? Sopratutto se è legata ad un ambito commerciale, dove ogni conversione conta!

Abuso di posizione dominante

come hanno già espresso altri esperti del settore, si tratta di un comportamento ipocrita e un chiaro abuso di posizione dominante. Si spera che Google faccia marcia indietro, ma nel frattempo ecco alcune reazioni:

Non ci sono vie di uscita

Questa navigazione impatterà su qualsiasi sistema di analytics, quindi anche sui concorrenti di google analytics.
  • http://twitter.com/SEOpito SEO pito

    In pratica? Verrà persa una importante quota di dettaglio sul traffico organico, che diventerà di fatto inutilizzabile per fini di marketing.

    Evviva!

    E io come faccio a giustificare ai miei clienti che quella dose di “traffico organico indistinto” è merito mio o è traffico brand? Sopratutto se è legata ad un ambito commerciale, dove ogni conversione conta!

    Ti farai remunerare la consulenza di search marketing che permette al tuo cliente di (continuare ad) attrarre traffico qualificato dai motori di ricerca in sinergia col SEA e col marketing sui canali diversi dal search, e smetterai definitivamente di lavorare a performance come un affiliato qualsiasi. (N.B.: il “tu” implicito nella frase precedente non vuol essere riferito a te in particolare; è un “tu” generico inteso come “tu, SEO, che lavori a prevalentemente a performance come un affiliato, oggi, nel tardo 2011″).

    Non tutti i mali vengono per nuocere, a ben pensarci: alla fine, questa novità potrebbe perfino portare ad un’evoluzione della specie-SEO. Se e quando avverrà, sarà sempre troppo tardi.

    Pace&bene

    • Andrea Scarpetta

      Non sono d’accoro Pito, chi fa consulenze seo scadenti continuerà a vendere posizionamenti a badilate, su infoseek, altavista e compagnia bella (roba non più esistente).

      Ma ti garantisco che sopratutto con clienti di fascia alta, non l’alberghetto di provincia, diventa importante capire perfettamente quale parte di organico stai portando, rispetto ai termini brand! Nel caso delle agenzie che hanno contratti a performance (ne hanno anche dove lavoro io) basati sulla misurazione del traffico organico unbranded, questa implementazione del protocollo SSL va solo a danneggiare chi fa bene il suo lavoro e condivide con il cliente i dati di visite in maniera trasparente.

      Considerando che il traffico mobile (e quindi cellulari e tablet) è destinato ad aumentare in maniera significante, la parte di traffico offuscata da google sarà sempre più alta.

  • http://alefranz.net/ AleFranz

    Si parla di HTTPS e e per RFC il browser non deve trasmettere il referer, quindi @google centra ben poco!
    La scelta opinabile può essere il proporre di default la connessione https al motore di ricerca per gli utenti loggati. Ma visto che tutti i dati personali devono, ragionevolmente, essere trasferiti con connessioni protette (quindi https) e che quando si è loggati transitano informazioni personali (ad esempio il proprio nome e e-mail), l’uso di https sarebbe stato quasi necessario da sempre. Ora che ci sono anche le notifiche di G+, sono maggiori informazioni personali contenute nella pagina e quindi usare https, soprattutto in ambito coorporate, diventa importante.
    La conseguenza dell’HTTPS è che, per RFC, il browser uscendo dal dominio non deve trasmettere il referer. Di conseguenza, il sito “target” e l’analytics in esso contenuto non avranno l’informazione del referer e quindi delle keyword.
    A ciò non c’è soluzione. E lo stesso vale per qualsiasi sito di provenienza in https (quindi ad esempio anche facebook se si attiva la navigazione in https, cosa che sinceramente consiglio a tutti di fare).
    Concludendo, dal punto di vista dell’utente, mi pare la scelta di Google sia positiva, sopratutto ora che si è sempre più in mobilità e si utilizzano spesso reti aperte.

    • Andrea Scarpetta

      Cambiamo l’RFC :) oppure google deve inserire dei parametri nella serp per tracciare le richieste organiche così come fa il tagging del traffico ppc, altrimenti quello che dici non avrebbe senso

  • http://www.tecnasoft.it Fabrizio

    @SEO Pito “Ti farai remunerare la consulenza di search marketing ”

    Credo che sia già così per molti di noi e non penso che Andrea si comporti diversamente. La questione sta nel dimostrare coi numeri che ci stanno pagando per quel che diciamo e non per aria fritta.
    Come si porta traffico qualificato? Conducendo al sito del cliente persone che cerchino proprio il suo prodotto/servizio ma, come dimostraimo che il nostro lavoro sulle SERP è corretto se ci nascondono proprio QUEL risultato?

    Ci rimette il cliente perchè si ritornerà inevitabilmente a contare i contatti del sito in questo modo (scherzo naturalmente ma non saremo tanto lontani da questo).

  • http://twitter.com/SEOpito SEO pito

    @AleFranz:

    Si parla di HTTPS e e per RFC il browser non deve trasmettere il referer, quindi @google centra ben poco! […] La conseguenza dell’HTTPS è che, per RFC, il browser uscendo dal dominio non deve trasmettere il referer.

    Questa tua affermazione deriva da una lettura frettolosa della RFC 2616, o dall’assunto (errato) che tutte le risorse web indicizzate da Google siano su protocollo HTTP?

    In ogni caso, Google c’entra eccome: filtrare il referer è una scelta esplicita del motore, perché –almeno stando a una prima lettura delle informazioni fin qui pubblicate, come sempre piuttosto ambigue e fumose– pare che il referer non verrà passato nemmeno HTTPS su HTTPS. Duck Duck Go lo fa da sempre.

    Il pretesto della privacy, usato da Google, fa ridere i polli: primo, perché nessuno crede che Larry Page abbia preso una botta in testa e sia diventato improvvisamente un tutore della riservatezza dei dati degli utenti; secondo, perché le ricerche esatte continueranno ad essere visibili lato AdWords, e perciò le motivazioni del monopolista sono evidentemente altre. Quali, lo lascio immaginare a ciascuno. Andreotti docet, ecc.

    Rimango comunque dell’opinione che questa modifica sia una cosa positiva, sul lungo termine, sia per gli utenti sia per chi fa consulenza SEO. Purtroppo non verranno filtrati tutti i referer, ma solo quelli degli utenti autenticati. Pazienza, accontentiamoci per ora.

    @Fabrizio e @Andrea Scarpetta:

    Non dubitavo che il mio commento non avrebbe incontrato molti favori. :) Però sono d’accordo con Andrea quando dice che chi lavora alla ca%%o potrà continuare a farlo come e meglio di prima: in particolare per chi fa “posizionamento” non cambierà una virgola. Cambierà poco, e probabilmente in meglio, per chi lavora a lead/conversioni (come gli affiliati). Cambierà un po’ di più per chi si fa pagare a traffico. Spero che l’effetto non sia un’ulteriore affiliatizzazione dei/della SEO. E se lo sarà, again, pazienza.

    Traffico organico branded/unbranded? Ovviamente anch’io li misuro, li ho sempre misurati e, finché potrò, continuerò usarli come KPI nei report che invio ai miei clienti. Ma non mi strapperò i capelli se un domani dovesse diventare impossibile, o semplicemente inutile, operare una distinzione tra i due segmenti: già oggi, in ottica di acquisizione multi-canale (e, mi verrebbe da dire, di marketing cross-mediale) è una distinzione un po’ accademica.

    Referer perituro est. Prima o poi accadrà, raga, non fatevi troppe illusioni in merito. Conviene farsene una ragione e bona lé.

    Chi già oggi va in panico di fronte alla prospettiva di perdere una piccola parte delle informazioni sulle ricerche degli utenti, e teme che senza quelle non sarà più in grado di svolgere efficacemente il proprio lavoro, o di comunicarne la qualità ai committenti, farebbe bene a mettersi fin d’ora alla ricerca di KPI un po’ più evoluti o, al limite, di un nuovo mestiere. Seriously.

  • http://alefranz.net/ AleFranz

    Il passaggio del referer fra due siversi domini rimanendo in https è materia abbastanza controversa. E in ogni caso il drop del referer è fatto ad opera del browser o eventuale proxy. Ad esempio Opera non invia il referer nenache in questo caso (o almeno era così fino a qualche tempo fa) e in firefox nei vari settings nascosti c’è la possibilità di disabilitare l’invio del referer fra diversi siti https. Inoltre spesso i proxy aziendali sono configurati per fare ciò.
    Ribadisco che personalmente la “responsabilità” di Google la vedo solo nello scegliere di proporre il sito in https, il resto viene da se. Anche perchè non mi sembra che abbiano detto che filtreranno queste informazioni, ma semplicemente che a causa del passaggio https ci sarà questa conseguenza ed è naturale che ciò avvenga.

  • http://twitter.com/SEOpito SEO pito

    @AleFranz:
    D’accordo su tutto, compreso sul fatto che ogni client implementa il protocollo HTTP(S) a modo suo, e che la comunicazione di Google sia (volutamente) approssimativa e generica. Come stanno effettivamente le cose lo scopriremo solo testando, come sempre. Però se mi dici che nessun referer verrà passato in semplice virtù del fatto che il referring URI (ossia, in questo caso, la SERP) starà su HTTPS e a tal fine mi citi la specifica del protocollo, io ti rispondo che nell’RFC non ci sta scritto da nessuna parte che il referer dev’essere droppato passando da un dominio su HTTPS a un altro dominio sullo stesso protocollo. E così ho fatto. In totale amicizia. ;)

  • http://alefranz.net/ AleFranz

    Si si, son d’accordo. Ma nella pratica a volte vien filtrato ed ha senso.
    Però secondo me loro, come anche io nel primo commento, si riferiscono principalmente hai siti in http, che certo non sono la totalità, ma comunque prevalgono.
    In ogni caso, non volevo far nessuna polemica ;)

  • http://www.search-marketing.it/semblog Marco Loguercio

    @SEO pito
    non concordo con l’affermazione “già oggi, in ottica di acquisizione multi-canale (e, mi verrebbe da dire, di marketing cross-mediale) è una distinzione un po’ accademica”.
    Accademica? Magari riferita al singolo report SEO escluso da qualsiasi altro contesto; ma quando dietro a una persona che cerca un certo brand su Google ci sono investimenti in marketing, advertising, p.r., questa distinzione del traffico naturale mi guarderei bene dal definirla “accademica” (se ben fatta); al contrario queste analisi sono un buon indicatore anche dell’efficacia di azioni (o non azioni, es. smettere di fare adv in TV) offline, proprie e/o della concorrenza. E le aziende vogliono questi dati proprio per questo.

  • Andrea Scarpetta

    Continuate, raramente si sono visti questi picchi di discussione sul mio blog :D

    Comunque ci sono diversi grossi clienti che vogliono solo lavorare a performance ed inserire questo elemento misterioso vuol dire scatenare discussioni. E le discussioni fanno perdere tempo e fanno venire acidità di stomato. Posso chiedere a google il rimborso dei farmaci anti gastrite ? :D

  • http://twitter.com/SEOpito SEO pito

    @AleFranz:

    Ma nella pratica a volte vien filtrato ed ha senso.

    Sì, lo so, e concordo. Figurati che io lo eliminerei proprio dal protocollo, il referer. :)

    Però secondo me loro, come anche io nel primo commento, si riferiscono principalmente hai siti in http

    È possibile, come anche no: dalle informazioni a disposizione è ambiguo. Testeremo. ;)

  • http://www.amaraterra.com Crono

    saputo appena in tempo…stavo per disattivare l’account histats…2 meglio di uno

    • Andrea Scarpetta

      Poco utile, tanto la perdita di tracciabilità avverrà con ogni sistema di analytics.

  • http://twitter.com/SEOpito SEO pito

    @Marco Loguercio:

    Comprendo benissimo la tua posizione, e sono anche consapevole del fatto che quella del tracciamento e dei referer è una questione assolutamente centrale ed estremamente complessa, che meriterebbe di essere affrontata in maniera ben più articolata rispetto a come ho fatto io nel mio primo commento, volutamente (lo ammetto) provocatorio. :)

    Riguardo alla gestione delle visite da ricerche “branded” vs. “unbranded” (se e come tracciarle, se e come “valorizzarle”…), lo sappiamo benissimo che attori diversi dell’universo del marketing online hanno –da sempre– posizioni molto distanti, dettate spesso da interesse: non sempre (esistono eccezioni, naturalmente), ma il più delle volte si traccia ciò che conviene, e come più conviene, al proprio portafoglio. “There are three kinds of lies…” ;)

    In un’ottica multi-canale (e multi-media), quando un prospect arriva sul sito di un cliente da una ricerca branded dopo la visione di una pubblicità alla Tele, a chi va il merito? Al creativo dello spot, o al consulente che s’è adoprato affinché il sito uscisse in posizione prominente sulla SERP, con un bello snippet, dei sitelink profumati e una preview invitante a lato? Troppo spesso il valore del traffico da ricerche branded, e il business così generato, viene attribuito esclusivamente alle attività di advertising, fingendo di dimenticare che la visibilità organica per il brand non è garantita a priori per nessuno, e compito del SEO è anche quello di scongiurare potenziali catastrofi, come la home page 100%-Flash o il sorpasso degli affiliati.

    Chi fa il nostro lavoro ha adottato per anni modelli di prezzo autolesionistici, adatti all’advertising digitale ma totalmente inadeguati per la SEO, che (nonostante alcuni, ancora oggi, anche nelle alte sfere, si ostinino a concepirla e venderla come tale) non è attività pubblicitaria, intesa come acquisto di visibilità o di traffico, ma è essenzialmente consulenza di comunicazione.

    Quando dico che, magari, non tutti i mali vengon per nuocere, mi riferisco appunto alla possibilità che l’auspicabile (almeno per me) scomparsa del referer possa rappresentare, per la SEO e per i SEO, la via d’uscita da una visione keyword-centrica che negli anni ha prodotto così tanti danni a un intero settore.

    Sarà che l’aspetto più avvincente della SEO è sempre stato, per me, il continuo cambiamento, ma non sono affatto spaventato dalla prospettiva di dovermi inventare nuovi KPI, o di dover ripensare la mia professione. A questo pensavo, quando parlavo di “cambiare mestiere”: cambiare il (mio) mestiere (anche se non un pensierino all’agricoltura, di tanto in tanto, confesso di averlo fatto).

    Uno dei compiti principali del consulente di search marketing è aiutare il cliente a capire come e cosa cerca il proprio target, e ad andargli incontro con un’offerta appetibile; su questo siamo pienamente d’accordo. L’analisi dei referer (organici e non) può certamente aiutare, ma non è in sé indispensabile, poiché a questo scopo esistono oggi una pluralità di fonti e di strumenti.

    Riguardo al problema specifico del referer, la questione è davvero parecchio complessa, tanto che ci si potrebbe scrivere sopra un libro. Tuttavia la tendenza nascente, dopo l’esplosione del social e la sua definitiva ibridazione col search, è chiaramente quella della progressiva e inesorabile sensibilizzazione degli utenti Internet nei confronti del problema della privacy in rete. In Italia ci stiamo arrivando, come sempre, con molta calma, ma oltreoceano esiste già un movimento dai contorni ben delineati.

    Il referer è il tallone d’Achille del search marketing, un settore che attraverso modelli di pricing keyword-centrici ha basato la propria sopravvivenza sul lungo termine sulla possibilità di continuare a sfruttare per fini di marketing un’informazione personale che appartiene agli utenti e che la stragrande maggioranza di questi hanno fino ad oggi elargito ai marketer in maniera assolutamente inconsapevole, oltre che gratuita. “Il referer è mio, e scelgo io a chi regalarlo”, twittò Weppos qualche anno fa. Ebbene, se un domani la maggioranza degli utenti Internet acquisirà questa consapevolezza, o semplicemente deciderà che Duck Duck Go è più figo di Google, sarà la fine della cuccagna per molti.

    Ecco perché dico che sarebbe meglio prepararsi fin d’ora. Sicuramente è prematuro fasciarsi la testa, ma quando ti rendi conto che le basi su cui poggia il tuo business cominciano ad emettere i primi scricchiolii, occorre quantomeno fare degli scenari. Vedilo come risk assessment.

    Concludendo, e tornando a Google: come previsto, s’è scatenato un putiferio. Da un lato i marketer che si lagnano del fatto che il padrone (il loro/nostro vero padrone) minaccia di levargli la pagnotta di bocca; dall’altro lato, alcuni fanno notare che usare strumentalmente il diritto alla privacy degli utenti come copertura per una mossa che va ad esclusivo vantaggio di Google (essendo chiaramente finalizzata a costringere definitivamente chiunque abbia un interesse economico nel search a usare i prodotti del player dominante), è abbastanza lurido. Concordo appieno.

  • Martino M.

    Devo dire che concordo sommariamente con buona parte delle cose dette in questo articolo, a partire dall’articolo stesso. E’ una vergogna ed è giusto fare pressione affinché venga riconosciuto l’abuso di posizione dominante…

    Stavolta Google l’ha fatta proprio grossa…

  • Andrea Scarpetta

    ho sbloccato la moderazione dei commenti, sfogatevi :)

  • Martino M.

    Giusto una nota, in caso non fosse chiaro: Google ha LEVATO dal referrer solo l’informazione della kw.

    Quindi non è una cosa legata al protocollo di Google.com, ma una scelta deliberata del motore che agisce apertamente da bandito (alla facca del don’t be evil!!! Più evil di una palese menzogna…).

    Ciò detto, trovo comunque interessanti le osservazioni di SEOPito, anche se non le condivido.

    Una perdita di granularità nell’analisi dei dati è sempre un danno… trovare nuovi KPI è bello a dirsi, ma a farsi si finisce a prendere per buono il GRP, che andrà bene per la TV, ma nel Search? Mah.
    Senza contare poi che nel caso specifico, i dati in questione non è che *non ci sono*, semplicemente il motore se li tiene per se.

  • http://twitter.com/SEOpito SEO pito

    i dati in questione non è che *non ci sono*, semplicemente il motore se li tiene per se.

    Li tiene per sé, oppure li vende a caro prezzo. Circola una voce secondo cui la versione “Premium” di Analytics continuerà a mostrare le informazioni sui referer di ricerca organici degli utenti autenticati: qualcuno ne sa di più?

    ho sbloccato la moderazione dei commenti, sfogatevi :)

    Google Pus.

  • http://twitter.com/SEOpito SEO pito

    Circola una voce secondo cui la versione “Premium” di Analytics continuerà a mostrare le informazioni sui referer di ricerca organici degli utenti autenticati

    Ho poi appreso che la voce era stata smentita da Avinash Kaushik (qui). Non sono riuscito a trovare, a riguardo, una dichiarazione da una fonte (più) ufficiale. Ricordo comunque che le ricerche degli utenti che cliccano sugli annunci continueranno ad essere rese disponibili nel pannello AdWords degli inserzionisti, cosa che si commenta da sé. Non v’annoierò oltre.

  • http://www.mitdesign.it Siti Roma

    Mah….leggendo un pò in giro noto che ci sono anche SEO a favore di questo cambiamento. Meno male che non tutti la pensano così :-)

    Sarà che sono un tradizionalista in certe cose…Dice bene SEO pito, la cosa è abbastanza lurida. E preoccupante. Prepariamoci a cambiare approccio.

    Tra le varie cose, risulta difficile,come dice Fabrizio, comprovare il merito dell’aumento delle visite. Risulta impossibile capire se stiamo lavorando nella direzione giusta, insomma, ci stanno levando la benzina…

    Speriamo in un passo indietro.

  • http://www.andreascarpetta.com andrea scarpetta

    Dalle prime analisi che sto facendo mi risultano numeri microscopici: su un cliente che ha una platea internazionale, 19 e 20 ottobre ha fatto 3866 visite da USA da ricerca organica non a pagamento (brand e non brand) e di queste 72 “not provided” da stati uniti. Ovvero 1,86 percento del traffico.
    Che ne pensate ?

  • http://www.libro-seo.it Marco

    Ciao, Ottima discussione.
    Anch’io su diversi siti ho notato come questa percentuale al momento sia minima…
    ma nel caso aumenti? cosa potremmo fare per “recuperare” questi dati “lost” ?
    Ciao…

  • http://www.andreascarpetta.com andrea scarpetta

    @marco: nulla temo. E’ un problema insito nel protocollo SSL. A vedere i miei dati però, l’impatto sembra minimo. Altri dettagli qua: http://www.goanalytics.info/il-vostro-report-delle-keyword-cambiera-in-peggio/

  • http://twitter.com/SEOpito SEO pito

    E’ un problema insito nel protocollo SSL.

    No, e per rendersene conto basta confrontare il funzionamento della versione HTTPS di www.google.com con quello di encrypted.google.com.

  • Martino M.

    Quoto SEO Pito, è proprio Google che deliberatamente toglie il valore del parametro q presente nell’header inviato al server.

    Un approfondimento completo:
    http://www.giacomopelagatti.it/2011/10/risultati-test-referer-ssl-google/

  • Fausto

    Follia pura.